Uno dei più celebri spot televisivi della storia italiana è senza dubbio quello della Lagostina, il cui protagonista è La Linea, il personaggio ideato da Cavandoli e disegnato, appunto, da una linea. Ci ha fatto appassionare, ci siamo riconosciuti in lui e ancora oggi, soprattutto i bambini, impazziscono nel vederlo all’opera. La Linea aveva una voce celebre: quella di Carlo Bonomi, uno dei doppiatori più noti del panorama italiano. Insomma, storia a parte, La Linea rappresenta qualcosa che va ben oltre la cultura di un brand o, azzardiamo, di un Paese. Già, perché lì in mezzo si cela uno dei più espliciti esempi di comunicazione. La Linea faceva un sacco di cose nel suo mondo bidimensionale: parlava senza pronunciare parole comprensibili, ma utilizzando espliciti toni della voce. E lo faceva grazie a un maestro del doppiaggio. Perché tanto clamore?

Quel personaggio sapeva che il tono della voce è più importante dei contenuti che veicola, è peculiarità del carattere di una persona, è un segno distintivo che ci fa riconoscere qualcuno senza neanche averlo davanti. Ed è talmente caratteristico che è rarissimo trovare due persone che si somiglino per come si esprimono quando parlano.

Va ammesso quindi che il tono della voce è uno strumento potente. Nelle discipline della comunicazione viene così studiato che, a volte, ci si concede delle libertà lessicali nello scrivere testi brevi e impattanti per poter quasi costringere il lettore a interpretare quelle parole in una certa maniera. Non è raro, infatti, trovare in pubblicità degli slogan o dei recitati in uno spot che rispondono a questa intenzione.

Dato per certo che al contenuto si risponde con contenuto, rimane la questione di come affrontare il tono degli altri. Al tono spesso non riusciamo a rispondere perché se è vero che le parole sono a disposizione di tutti, non lo è il tono della voce. Inutile negarlo, ognuno di noi è disposto ad ammettere che sono più le volte in cui si rimane colpiti da un tono fuori posto piuttosto che da un contenuto scottante.

Ma il tono della voce è uno strumento che ognuno di noi utilizza ogni giorno e in ogni momento, istintivamente così come respira, senza dargli troppo peso se non in rarissime situazioni in cui intenzionalmente esso viene controllato per raggiungere un obiettivo di comunicazione o relazione interpersonale. L’istintività che lo governa, però, spesso arriva a generare dei fraintendimenti proprio perché il tono della voce gode di un appeal – azzardo a dire – più forte del contenuto che si sta esprimendo. Tanto più potente da rimanere più impresso e dare vita al classico “ma io avevo capito che” a cui si risponde “se solo mi avessi ascoltato meglio”.

Eppure l’ascolto attento c’è stato, tanto concentrato che quel tono non è sfuggito ed è finito per rappresentare il contenuto stesso del dire. È così che il tono della voce rappresenta quel “tra le righe” colpevole di tante discussioni, false speranze o inaspettate buone notizie. Al tono della voce è affidato il compito di coinvolgere un interlocutore in una conversazione o di alimentare l’attenzione di un pubblico verso uno speaker.

Quante volte, a scuola, abbiamo accusato un professore di non essere coinvolgente e quante volte ne abbiamo tessuto le lodi perché “mi piace come spiega”. Questo succede anche in ambito lavorativo: una riunione o un brief possono venire compromessi dal tono della voce di qualcuno che, seppur denso di contenuto, può apparire noioso e poco coinvolgente. Non parliamo poi di qualche colpo di fulmine che sfiamma miseramente nella conversazione della prima uscita a cena.

Appare chiaro quindi, calandosi in queste situazioni, come il tono della voce non sia uno strumento esclusivamente in mano di chi parla in pubblico o di chi scrive sui giornali, ma di tutti noi. Parlare in pubblico non è qualcosa che va fatto necessariamente di fronte a una platea numerosa o su migliaia di copie di un quotidiano o in una diretta TV. Una serata tra amici, un tavolo di lavoro di cinque persone, la celebre cenetta a due, rappresentano delle situazioni in cui il nostro tono della voce può generare un effetto positivo o negativo. Così come quello degli altri verso di noi.

Utilizzare il tono della voce con più cognizione, quindi, può rivelarsi un ottimo modo per comunicare agli altri e se inizialmente può apparire faticoso e poco rilassante, in realtà esso può aiutare a essere più chiari nell’esprimersi ed evitare possibili misunderstanding.

Se è vero che tutti sappiamo utilizzare il tono della voce proprio perché è parte di noi, è anche vero che spesso non lo facciamo in modo profittevole.

Natura vuole che il nostro tono della voce altro non sia se non un’espressione incondizionata dello stato d’animo, per cui se appaio noioso nel dire qualcosa molto probabilmente il primo ad essere poco interessato a quel tema, sono io. Diversamente, sarà sufficiente pensarlo come quello strumento capace di influenzare lo stato d’animo degli altri arrivando a catturare l’interesse dei nostri interlocutori.

È recitazione? Probabilmente per qualcuno sì e per altri no, tuttavia va considerato che il tono della voce è una delle componenti più condizionanti del rapporto con le altre persone. Se è vero che, oggi come oggi, l’abito ormai fa il monaco, è anche vero che l’unico modo che abbiamo per smentire questo involuto modo di dire (e il significato che realmente rappresenta) è aprire bocca e risultare convincenti, autorevoli, empatici, preparati, maturi, ironici al di là dei contenuti che in quel momento dobbiamo comunicare.